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A mio padre, Adriano Cappellozza

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Molto spesso mi è stato chiesto di raccontare che persona fu mio padre, Adriano Cappellozza.
Prima di tutto, voglio definirlo come figlio dell’arte della navigazione interna nel Nord Italia: era infatti un barcàro del fiume Adige, per questo chiamato adesante, nato a Piacenza d’Adige nel 1900. Quando qualsiasi barcaiolo avesse imparato a ben navigare l’Adige, non poteva temere la navigazione di tutti gli altri fiumi o canali: questo era il detto che i barcàri si tramandavano e rispettavano da generazioni.

A nove anni, non ancora terminata la terza elementare, mio padre si imbarcò come mozzo nella barca di mio nonno Pasquale, suo padre, per le necessità che comportava l’avere una famiglia numerosa, cinque maschi e due femmine. Mio nonno aveva un’imbarcazione di 60 tonnellate in società al 50%, quindi per lui e per la sua famiglia era molto dura la vita. Mio nonno Pasquale spronava mio padre nel tempo libero a studiare le tabelline e le divisioni, insomma un po’ di contabilità per potersi difendere crescendo nella sua arte e nella sua vita.

Usciti dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, io più degli altri, suo figlio secondogenito, dovetti aiutare mio padre abbandonando lo studio per salire in barca come mozzo: era il maggio del 1945. Così giorno dopo giorno ho vissuto la scuola di vita di mio padre, che fu un grande maestro di quest’arte che mai si finisce di imparare. Invidiavo la sua calligrafia, era un vero scrivano, forte nella contabilità e sapeva cubare la sua barca meglio di un geometra del genio civile.

Quest’arte era a volte molto dura e rischiosa, segnata dalle tribolazioni e dalle intemperie delle stagioni, eravamo bruciati dal sole, di pelle rozza ma ci ha lasciato nel petto un grande cuore, sensibile e rispettoso del prossimo. L’esperienza di vita giornaliera in barca ti crea una forza interiore che ti fa superare con disinvoltura tutte le avversità che incontri nella tua vita e ne esci orgogliosamente felice. Questa è stata la scuola durata diciassette anni con un maestro come mio padre.

Vivendo a bordo per tanti anni insieme naturalmente si studiano a vicenda i difetti e i pregi: nel campo della navigazione mio padre era un grande maestro con un’esperienza irraggiungibile creata giorno per giorno dall’amore e dalla passione per quest’arte che si incarna nel tuo corpo e ci rimane per tutta la vita. Mio padre ha navigato per cinquantotto anni ed è stato a mio giudizio come una università del navigare sulle acque interne.

Un aneddoto: quando mi sentivo abbastanza capace non ricordo l’osservazione che feci a mio padre riguardo ad una manovra in barca, ma poco distante da me c’era mio zio Demetrio, il fratello più giovane di mio padre, che chiamandomi in disparte mi sussurrò a voce bassa: «Picoeo, che sia ea prima e l’ultima volta che te ghe fassi ‘nantra oservasion a to padre. Perché to padre xè el maestro dei barcàri (Piccolo, che sia la prima e l’ultima volta che fai un’altra osservazione a tuo padre. Perché tuo padre è il maestro dei barcàri)». Questo non me lo sono più dimenticato. Io ho navigato un terzo del tempo che ha navigato mio padre e so che mi mancano i due terzi della sua ricca esperienza di navigazione: nonostante questo mi ritengo fortunato della sua scuola.

Quando venne interrotta la navigazione interna per la fine dei trasporti fluviali negli anni ’62-’65, e quando ormai mio padre era vicino alla fine della sua esistenza, ricordavamo le vicissitudini della vita trascorsa assieme in barca fra mille peripezie. In quell’occasione ho visto gli occhi lucidi di mio padre e una lacrima che gli scendeva sul viso, le sue labbra tremavano di commozione e con un tenue sorriso mi disse: «Sono arrivato a destinazione del lungo navigar sui fiumi, canali e lagune». Io, suo figlio, ho visto in mio padre un grande della navigazione interna, pieno di passione, in quest’arte maestro indiscusso delle sue capacità, deciso e sicuro nel suo agire. Quello che più ti appagava di quest’arte era il navigare liberi senza padroni, esprimendo quotidianamente le tue esperienze, le tue capacità, l’apprendimento continuo del navigare che ogni giorno ti faceva scuola, vita salubre in coperta, aria sana, sole, pioggia, nebbie, le intemperie che ti penetravano nel corpo, ma allo stesso tempo lo forgiavano come un ferro battuto capace di resistere alla ruggine e alle fatiche.

Non so se il destino vorrà, ma il burcio di mio padre, costruito nel 1941 dal cantiere navale di Felice Voltolina di Chioggia, ancora esiste. Denominato Marco Polo, portava 240 tonnellate, era lungo oltre 30 metri, largo 6,55 e alto 3,40 metri a prua: 800 quintali di legno di prima scelta. Era stato ordinato dai fratelli Narciso, Adriano e Demetrio Cappellozza figli di Pasquale. Il costo totale del burcio fu all’epoca di 200 mila lire. Questo grande burcio nato con il nome di Marco Polo, alla suddivisione del capitale tra i tre fratelli (tre burci), andò a Narciso, a mio padre Adriano andò il Maria II, e a Demetrio fu destinato il Roberto. Mio padre cambiò il suo Maria II con il Marco Polo, ma i due fratelli si scambiarono anche il nome delle due barche. Infatti, il nome di Maria II cadeva a pennello al burcio di mio padre perché sua moglie, mia madre, si chiamava proprio Maria. Gli affetti famigliari avevano una grande valenza sulla vita dei barcàri, e i nomi da dare a questi burci volevano proprio ricordare i sentimenti e i ricordi affettivi più grandi che navigavano in un tutt’uno col barcàro stesso, che ne andava orgoglioso e fiero, anche se il lavoro era duro come la lontananza da casa e dalla propria famiglia.

Oggi questo grande burcio di nome Maria II, prima Marco Polo, esiste ancora: si trova a Cesenatico, in un parco a ridosso della spiaggia, lì collocato da oltre trent’anni, seduto su due muretti paralleli come i vasi di uno scalo cantieristico con una copertura precaria che l’ha salvato dalle intemperie. E’ diventato proprietà del comune di Cesenatico che ha deciso di salvarlo come reperto museale, lui, l’unico burcio di tutta la navigazione interna, un pezzo di archeologia navale da salvare. Tenendo presente che il burcio è la barca fluviale per eccellenza, credo che se mio padre fosse al mondo, ad una notizia che il suo burcio sarà salvato come museo, il suo cuore sarebbe scoppiato dall’emozione.

Io che con mio padre ho vissuto la suddivisione delle proprietà tra i fratelli e assieme a lui ho navigato il Maria II per oltre vent’anni, fino alla fine della navigazione, posso dire che è stata per me la nave scuola più bella del mondo, con un capitano che non aveva le mostrine sulle spalle ma aveva i gradi del saper navigare nel suo cervello. Amore passione, intelligenza, fatiche, tribolazioni, una fusione che fa grande quest’arte. La notizia della salvezza del Maria II già Marco Polo, rende felici incommensurabilmente tutta la famiglia patriarcale di Pasquale Cappellozza e figli. Mio nonno è venuto a Battaglia nel 1925 con quattro fratelli con appresso tutte le loro famiglie numerose; erano tutti barcàri provenienti da Piacenza d’Adige e orgogliosi di essere chiamati adesanti. Mio padre mi diceva spesso: «Sappi che to pare xè sta batexà co l’acqua de Adese benedia do volte (Sappi che tuo padre è stato battezzato con l’acqua dell’Adige benedita due volte)».

Noi barcàri non vogliamo medaglie da chi non conosce e non capisce quest’arte.

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