Il sito personale del barcàro Riccardo Cappellozza


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La biografia di Riccardo Cappellozza

La sua vita

Io sottoscritto, Riccardo Cappellozza, nato a Battaglia Terme in provincia di Padova il 24 Ottobre del 1931, da una famiglia di barcari che per generazioni ha navigato l'Adige, con queste brevi note desidero evidenziare le fasi più importanti che mi hanno legato in modo indissolubile alla navigazione interna, alle barche, agli itinerari fluviali che solcano la bassa pianura tra Po e Isonzo.

Si può dire che la mia infanzia e le prime esperienze di vita devono moltissimo alla vita di bordo. Con la barca di mio padre, grande esperto di navigazione, percorrevo durante il lungo periodo estivo delle vacanze scolastiche la fitta, rete di vie d'acqua che collegavano il porto di Battaglia con gli scali di Venezia, Treviso e, dopo aver raggiunto il Po, si navigava anche fino a Cremona, a Piacenza, a Pavia e Milano. Era un modo per vedere e conoscere il mondo che, agli occhi di un bambino, era un continuo susseguirsi di novità e di occasioni di giochi, ma anche di fatiche e di richiami al senso del dovere e di responsabilità. Prima della guerra la nostra navigazione procedeva con le stesse immutate tecniche di propulsione utilizzate certamente anche dai barcari che frequentavano questi fiumi e canali fin dal Medioevo. E infatti sfruttavamo la corrente dei fiumi, il vento issando le grandi vele, ma anche il traino di cavalli e buoi per risalire verso i porti più interni. A volte eravamo noi stessi a scendere sull'argine per trainare a spalla la barca. In certi casi riuscivamo a utilizzare il traino di piccoli rimorchiatori.

Nel 1945, finita la guerra, mi sono imbarcato come mozzo e ho iniziato l'arte del barcaro. Il mio apprendistato a bordo comportava una grande varietà di mansioni: spaccare la legna, accendere il fuoco nel rudimentale focolare sottocoperta, preparare il caffè, fare la polenta, friggere il pesce. Ma anche imparare a governare il "burcio" durante la navigazione a vela, appoggiato alla grande barra del timone, manovrare i lunghi remi (anche di nove metri) durante la navigazione lungo i canali più stretti, imparare a fare i nodi, sistemare le cime, cucire le vele, garantire quella minima manutenzione per l'efficienza della barca utilizzando quindi la pece e la stoppa per calafatare. E poi preparare i colori per dipingere e decorare la barca, con le terre colorate e l'olio di lino cotto. Tutto questo negli anni si è consolidato nelle mie abitudini, formandomi non solo come marinaio e capitano, ma anche come uomo d'acqua, nomade di fiume, sentendomi insomma in stretta armonia con quel particolare incrociarsi di vie d'acqua naturali e artificiali, con le foci, 1e confluenze, i varchi verso le lagune, i flussi di marea, il continuo variare dei bassi fondali nella straordinaria ampiezza del basso Po.

Nel 1953 abbiamo motorizzato la nostra barca, facendo un grosso debito. Questa novità cambiò del tutto, o quasi, il nostro modo di navigare, semplificandolo solo in apparenza. Il debito imponeva però di navigare il più possibile, tutti i giorni e a volte anche di notte, tanto che mi chiamavano la "Corriera del Po". Questa frenesia, come tante volte accade nella vita, era solo l'ultimo bagliore che anticipava la fine di una realtà millenaria. Poco dopo, infatti, la navigazione fluviale cessò a causa della concorrenza del trasporto su gomma, tanto che nel 1962 ho dovuto abbandonare la mia passione, cioè la mia barca, e da capitano che lavorava in acqua, cambiando ogni giorno scenario, paesaggi, dialetti, cibi, visi della gente, mi sono trasferito a terra. Come un pesce fuor d'acqua, ho dovuto cominciare daccapo una nuova esperienza di vita. Abituato a duri lavori, non è stato difficile inserirmi in terraferma: ho fatto il manovale, l'operaio, l'operaio specializzato; nel tempo libero ho lavorato nei campi. Poi mi sono inserito nel settore della ristorazione dove ho fatto il cameriere, il capo brigata, l'autista.

Finché nel 1979 ho deciso di frequentare il corso delle 150 ore per il conseguimento della licenza di Scuola Media. Nel poco tempo libero, insieme ad altri ex barcari, abbiamo avviato una ricerca sulla storia del nostro paese, da cui è emersa la sua speciale vocazione nautica. Il materiale recuperato si è rivelato davvero ricco e abbondante, e in particolare le vecchie foto di famiglia e le cartoline, tanto che, con la collaborazione della biblioteca comunale, abbiamo allestito la prima mostra fotografica sulla navigazione interna. Fu in un certo senso un evento culturale di risonanza nazionale, a cui fece seguito la pubblicazione di un catalogo delle foto con anche un glossario della terminologia marinara della pianura padovana.

Da allora, posso dire, ho deciso di dedicare la mia vita al recupero, raccolta e conservazione della memoria dei barcari. Dopo l'euforia generale per il successo che ha avuto la mostra e la stampa del catalogo, mi sono ritrovato, con il passare degli anni, ad affrontare molte difficoltà per riuscire a porre le basi per la concreta realizzazione del Museo. Intanto avevo fondato il Centro di Documentazione Storica sulla Navigazione Interna con il proposito di rendere ufficiale questo progetto culturale. Attualmente faccio parte della Associazione per la Cultura e la Tradizione Fluviale.

Non è possibile ricordare qui tutti i luoghi che ho visitato alla ricerca di testimonianze concrete dell'antica attività di navigazione. E' stato un po' come ripercorrere in terraferma tutti gli itinerari nautici che avevo frequentato in gioventù, in cerca di vecchie conoscenze. di antichi scali portuali, andando dai guardiani delle conche. Ho percorso gli argini, fermandomi dove trovavo vecchie barche tirate in secca, cercando di salvare il salvabile. Da tutte queste ricerche ho recuperato prezioso materiale fotografico, documenti manoscritti, ma anche imbarcazioni, attrezzature di bordo, dai bozzelli alle vele, dalle cime ai timoni, e materiale legato alla cantieristica. Tutto questo patrimonio era destinato alla definitiva dispersione e quindi all'oblio, e la storia non solo di Battaglia, ma di tutto l'entroterra veneto e friulano avrebbe perso per sempre le concrete testimonianze della navigazione, certamente tra le attività fondamentali nella vita di una terra così ricca di fiumi, canali e bagnata dalla laguna con al centro Venezia.

L'importanza del mio assiduo lavoro di raccolta ha finalmente convinto il Comune di Battaglia Terme, ma con la collaborazione anche di altri enti, a sostenere le spese per il restauro dell'ex Macello. E' stato così possibile l'allestimento del primo Museo Civico della Navigazione Fluviale italiano, in un luogo fluviale suggestivo e cioè la "pontara" alla fine del borgo Ortazzo. Per me il Museo é diventato la seconda casa, dedicandogli, specie negli ultimi anni, tutto il mio tempo, affrontando giorno dopo giorno il continuo affluire di problemi, sia tecnici, che burocratici, come la non facile gestione dell'ordinaria manutenzione, lo sfalcio degli argini, le visite guidate, il restauro degli oggetti, la sistemazione del materiale che continua a giungere da varie parti del Veneto.

E' da qualche anno che il Museo ha consolidato il suo ruolo culturale, attirando non solo numerose scolaresche e singoli visitatori, ma diventando anche oggetto di interesse per gli studenti e i docenti di geografia, antropologia e architettura provenienti dalIe vicine università di Padova, Venezia e Ferrara. Ecco le numerose visite per preparare le tesi di laurea, utilizzando il materiale conservato nel Museo. Anch'io sono stato invitato più volte in qualità di relatore a vari convegni, proprio per quello che posso raccontare sulla vita vissuta a bordo, Mi conforta sapere che molto di quello che racconto è stato registrato, trascritto in schede, grazie alla collaborazione di giovani studentesse che recentemente hanno preso a cuore le sorti del museo. Nel 2000 ho fatto atto di donazione di tutto il materiale da me raccolto, molto spesso acquistato, restaurato e allestito, al Comune di Battaglia Terme.


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