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Da Battaglia a Venezia in barca con Riccardo Cappellozza, di Franco Sandon

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DA BATTAGLIA A VENEZIA IN BARCA con Riccardo Cappellozza

di Franco Sandon



E' un martedì mattina dell'estate del 1950. Ho 19 anni e mi chiamano "Sponghéta" per via della spugna che ho sempre in mano per pulire la nostra barca, la Marco Polo, uno dei burcí a vela con nome maschile. Siamo ormeggiati nel mandracío delle Chiodare a Battaglia. - Che trasporto ghe sé unco' pare? - Ghemo da 'ndare a caricare farina ai mulini dela Veneta, a Venessía ne speta el motoveliero "Ferucío" de Palermo che la portarà in Libano - risponde mio padre, Adriano, iniziando a mollare le cime. Dobbiamo, infatti, spostarci sotto carico al mulino, davanti all'Arco di Mezzo; un tragitto di poche centinaia di metri. Parando coi nostri lunghi remi di rovere (anche 9 metri) in mezz'oretta siamo ormeggiati in "barba de gato" davanti allo scivolo del mulino, in posizione di carico. Gli operai addetti ci stanno aspettando. Maca, Bisissa, Bachetèo, Scace, Pacagnela penseranno a portare i pesanti sacchi di farina in stiva; gli altri, Josè, Tojo, Bruscàja, Mòmolo detto Pèe, Manèta, el Finco, Maéti, Spussa, Pavàn detto Miste continueranno il loro lavoro dietro i macchinari. Lupi, il responsabile del mulino, col suo nero baffo sorridente e un po' sardonico, è lì che ci aspetta con la polizza di carico in mano. Quanti quintali caríchèo? Mah, l'aqua sé bastansa alta, podemo caricare milenovesento quintali.- risponde mio padre, mentre noi intanto cominciamo ad aprire le boccaporte della stiva. Non facciamo in tempo a sistemare i pajòlí sopra le corbe che Pacagnela, piccoletto, ma forte come un toro, gridando òcio tósi, è già saltato in stiva col primo sacco portato in spalla come un bambino. Via via arrivano tutti gli altri, curvi sotto il peso dei sacchi che scaricano prima nelle mesarìe, dopo nei quartieri de pope da dove si passa a prova, perché la barca bisogna caricarla tuta destesa, tuta lisia, no tuta da na parte senò la se storse, se mola le tresse e la fa aqua. Fa caldo, gli uomini sudano, ma con un fiasco di vino ogni tanto, svelti, contandose del più e del meno fra una battuta e l'altra, il lavoro prosegue e prima di sera il carico è completato. Salutiamo quelli del mulino e chiamiamo Nino Mescalchìn, il manovratore dell'Arco, per chiedergli di aprire un po' d'acqua e poter scendere con la barca carica fino al bacino, dove ci toccherà restare in attesa del butà fino a venerdì mattina. Così, con l'aiuto di questa piccola sbrufà, calumando pian pianino e lascando con le catene e i remi, scendiamo in Rialto e ci mettiamo in castrìa, cioè con due spontèri di legno appoggiati alla sponda in modo da tener staccata la barca dalla riva. Ora, nei due giorni che ci restano fino a venerdì, dobbiamo sistemare la barca e prepararci per il viaggio che può durare dagli 8 ai 20 giorni, a seconda degli incagli che ci possono capitare. Cominciamo mercoledì mattina: gettiamo l'acqua in coperta, la laviamo per bene con la spugna; puliamo tutte le sonte e gli schermi; se c'è bisogno la ripassiamo col colore o con la pégola; controlliamo le vele, il cordame, le catene ... Alla fine la barca è come fosse appena uscita dal cantiere. La barca ben tegnua, ben inpíturìa, la sé la sodisfasìon de l'omo de barca; la vol farse védare come na tosa. E mio padre: Picolo, 'tento de fare questo, varda che manca quelo, varda cossa che me serve, liga ben la castrìa, sé messo ben là.. ? E infine, terminato il lavoro di preparazione, desso va da to mare, dighe che la prepara le strasse da cambíarse, i nissiói, ché ghemo da 'ndar via; 'ndè anca fare la spesa. Allora io col carrettino faccio la spola tra la barca e la casa cercando di non dimenticare nulla, sennò son parole! La vigilia, giovedì sera, con attenzione viene caricata la fiasca del vino ... ché queo no ga mai da mancare in barca. Infatti, quando si è sfiniti e non c'è tempo per preparare da mangiare, basta 'na scuèa de uin, 'na ciòpa de pan biscoto e te torna le fòrse. Finalmente venerdì mattina ci alziamo presto; prepariamo i remi, togliamo le castrìe lavando bene gli sponteri col fratasso, le catene per frenare dove l'acqua corre veloce, i marafóni pronti sui quarti dee s'cione; un'ultima occhiata alla sentina e, quando alle otto Níno, il manovratore, apre le porte dell'Arco e inizia il butà, siamo pronti. Dopo un'ora gajarda molliamo gli ormeggi. Siamo in 25 barche a partire; chi carico di sasso, chi di tabacco, chi di farina, chi di scaja per il cementificio di Chioggia, chi diretto verso il Basso Po, chi su par Po, chi a Polesella, a Pontelagoscuro a scaricare le maségne, chi fin sopra Boretto verso Cremona; altri ancora a Venezia, a Portogruaro e su per il Sile fino a Treviso. E' una festa! C'è la barca di Basòro, Gamboìna, Calùstra, Becaréto ... e Piroèa, Oselìn, Nei, Ninèi, Canpanèi, Picianèí ... tutti al lavoro, remi in mano, catene pronte, peòta al timone e cime a portata di mano. Nella nostra barca l'equipaggio è così formato: pare Adriano capobarca, Rino Beno, me sàntolo, marinèro; Sponghéta morè e Vergilio Sòcolo, peòta. Quest'ultimo ci accompagnerà fino a Pontelongo, dove scenderà e tornerà a Battaglia a piedi, 28 chilometri di passeggiata. Intanto i veci, che resta casa, dalla riva ci aiutano a tirare la barca per istradarla nel Vigenzone. Il lungo convoglio di barconi, 100 metri l'uno dall'altro, entra nel Vigenzone e lentamente, come un lungo serpente che si snoda al sole, si avvia verso il mare; a Brondolo, le varie destinazioni ci divideranno. Siamo in navigazione. Come sempre l'ebbrezza del viaggio ci prende. Vedremo tra poco stagliarsi sugli argini, ad uno ad uno, i campanili dei paesi rivieraschi. Segneranno le tappe della nostra avventura. Ogni viaggio è nuovo; il gusto di saper rispondere con perizia ad ogni prova che la natura ci presenta davanti, ci rende felici. E' proprio così, ogni viaggio assomiglia alla vita. Il primo tratto di canale, fino a Cagnola, è il più difficoltoso di tutta la rete di navigazione interna: tutto curve, piarde, colesèi, sassi, strettoie. Già, subito dopo l'officina Galileo, c'è la prima piarda. Le operazioni da fare sono tante; ma noi siamo tutt'uno con la barca, la sentiamo come uno sente la bicicletta o le sue gambe. Ci diamo molto da fare con remi, cavi e catene. Ad ogni ansa saltiamo a terra a tirare i volti, aiutando con il cavo la svolta della prua. Saltiamo da un argine all'altro del canale a nuoto (in battello d'inverno), veloci ed agili come pesci. Ci vuole molta destrezza ed attenzione. Mentre scendiamo trascinati dalla corrente, si vede tutta questa gente saltare di qua e di là del canale. E' uno spettacolo da vedere. Ci lasciamo alle spalle il Passo dell'Acquanera, il drissagno de Bassìa e de Cagnola da dove possiamo finalmente salpare le catene; scorrendo lenti, incassati fra gli argini, passiamo sotto il ponte di Cagnola e arriviamo nei pressi di Bovolenta. Qui incontriamo Sati e Oci due cavalanti del luogo. Ste' 'tenti, no ghe sé tanta aqua, ci avvisano. Bisognerà quindi farsi aiutare dai loro cavalli per prendere la corrente del Roncajette nel punto dove il Vigenzone vi si getta. Ed è quello che facciamo agevolmente perché ormai, qui a Bovolenta, i caualanti ci vogliono bene e si sentono anche loro della famiglia dei barcàri. Ora fino a Pontelongo la navigazione è facile; possiamo pensare al pranzo che dobbiamo finire prima del buso de Pontelongo perché lì, con complicate ed ardue manovre, dobbiamo superare i resti del vecchio ponte. Superata quest'ultima difficoltà siamo come "Carlo in Francia": Vergilio, il peòta, può scendere alla piarda di San Valentino e tornarsene a Battaglia contento de verse ciapà la jornada. L'acqua adesso ci porta veloci; ci lasciamo alle spalle Correzzola, Brenta dell'Abbà, Cà Bianca e Cà Pasqua e alle 6 di sera siamo in vista di Brondolo. Eseguiamo l'ultima attenta manovra per superare le porte e ci troviamo finalmente in laguna, non più fra gli alti argini dei corsi d'acqua dolce, ma con una visuale aperta tutt'intorno a noi e il profumo del salso che ti penetra. Un saluto alle barche amiche che prendono direzioni diverse e poi ci affrettiamo ad alzare le vele perché si può approfittare, ancora per poco tempo prima del tramonto, dell'ultimo scirocco. Armisiamo gli alberi, issiamo le vele e puntiamo verso Chioggia. Prima di notte siamo ormeggiati, a barca inalborà, nel bacino Vigo di fronte al Corso del Popolo. Sabato, al primo spirare dello scirocco, molliamo gli ormeggi e partiamo. Lasciamo Chioggia a popa via con il porto San Felice soravento. Fuori dalla bocca del porto, con po' di gajò1a, la barca comincia a rolare, ma el vento in vela a mesa nave frena il movimento. Adesso andiamo veloci: Punta Caroman con la statua della Madonna sopra grosse pietre frangiflutti; i murassi di Pellestrina: il cimitero, passando davanti al quale mio padre e mio sàntolo si fanno il segno della croce e si levano il berretto; poi lo squero dove si costruiscono e si riparano tutti i tipi d'imbarcazione, di mare e di fiume. Lasciamo anche Pellestrina, la chiesa e la lunga schiera di case variopinte con i battelli da pesca ormeggiati lungo la banchina. In vista di San Piero in Volta il sole tramonta e el siroco va in bonassa sgonfiando le vele. Mio padre ordina: molé i cargabassi, intré le scote, calè le vele... buté un dopin al palo.. stasera senémo qua. Dopo il pasto scendiamo in osteria sperando di incontrare Benedetto Schiavon, el proto del più famoso squero da burci e velieri della laguna. Infatti è lì al suo posto fisso da dove domina tutta la sala: da seduto è più alto di mio padre in piedi, con due baffoni neri che sembrano do fèri da remo roversà in su, come un omo dele fole, de queli che magna i putèì cativi. Invece è buono e generoso. Mio padre ci ha raccontato tante volte di quando non avevamo i s'chei per pagargli la costruzione del burcio "Nuovo Sergìo" da 1300 quintali. Quando ti li gavarà, ti me pagarà, gli aveva risposto el Deto stringendogli la mano davanti a mezzo litro di vino. E così faceva con tutti i barcàrí e i pescatori. La notte dormo in coperta, fra le vele, attento, appena il gallo dell'albero sullo sfondo del cielo stellato che incomincia a schiarire segna vento buono, a levar su, battere in coperta, chiamare pare e sàntolo, issare le vele e andare al primo albóre che pare ancora notte, col riflesso dell'acqua e l'ombra delle brìcole come guida. Le sarce che sè in tiro, la scotta da manovrare e mio padre che mi richiama: tira, intra la scota che el vento sé scarso, tira la burina par inbrassàre più vento. E' una soddisfazione. Là non senti rumori di sorta, niente, silenzio, solo il vento e il cigolio che la vela, appoggiandosi alle sarce, provoca sui paranchi che i siola cìo cìo ..na roba lenta, a seconda dela spinta del vento, legno co' legno, le tàje cole corde dei paranchi ... cìo cìo ... Le prime volte non hai tanta passione per la vela, ma poi capisci e ti prende la smania e non puoi più farne a meno. A volte riesco a stare 18 ore continue al timone. Dopo gli Alberoni, al bivio di Malamocco, prendiamo a destra ed entriamo nel canale delle Grazie; distinguiamo bene i campanili di Venezia. Ancora qualche ora e siamo all'Isola di San Giorgio. Entriamo nel canale della Giudecca ed attracchiamo alla Madonna della Salute; dovremo pernottare lì per l'acqua de dosàna ed è difficile arrivare in Marittima. Ne approfittiamo la sera per conoscere le calli e le osterie di Venezia; ci troviamo con gli amici: Carleto Penà e gli Stefanatí da Silea, i Burina da Contarina, Sareto da Ponte dèle Fornase (Porto Viro), Ofolo da Boara Pisani, ma trapiantà a Venessia. Tra le onbre de vin, i racconti dei nostri viaggi e qualche altra avventura ... parché, barca ligà, morosa catà, trascorriamo la notte. Domenica mattina, con l'acqua de cresente arriviamo alla Stazione Marittima. Scorgiamo subito il "Ferruccio" che da qualche giorno è lì fermo ad attenderci. Ci leghiamo alài e i facchini iniziano il trasbordo.

(tratto dal volume "LA NAVIGAZIONE FLUVIALE e il Museo di Battaglia Terme" a cura di Pier Giovanni Zanetti - Editrice La Galiverna)

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